Il falso mito del “pensa positivo”

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Quante volte di fronte ad una situazione difficile ci siamo sentiti dire: “pensa positivo!”, “sii ottimista!”.

Che si tratti di un piccolo contrattempo come bucare una gomma, saltare per malattia un appuntamento importante; o di una vera tragedia esistenziale, come una situazione lavorativa critica, problemi relazionali con figli, partner, la possibilità di aver contratto una malattia..;

solitamente queste parole possono avere un duplice effetto su di noi:

  • il primo, il più manifesto: “lo dice per incoraggiarmi/perché mi vuole bene”.
  • il secondo, che si insinua in maniera un po’ meno consapevole nella nostra mente è: “Da poca importanza alla mia problematica”.

Ben lungi dal sostenere l’approccio di chi empaticamente finisce per “piangere con noi”; o chi con aria funesta liquida il tutto con: “La vita è tutta una fregatura”.

Potrebbe essere utile partire dalla narrazione della persona, confermando il peso che ha effettivamente la sua problematica, per poi insieme cercare una soluzione per uscirne.

Una soluzione più pratica possibile, non elucubrazioni mentali o teorie sterili; a volte un amico, che ci conosce bene può aiutarci in questo compito, ovviamente qualora non sia sufficiente sarà necessario rivolgersi ad un professionista.

N.B. Lamentarsi blocca l’azione!

A volte però, siamo noi stessi ad auto-infliggercelo con esiti se possibile peggiori.

Nel libro “Psicotrappole” (ovvero le sofferenze che ci costruiamo da soli), di Giorgio Nardone, il pensa positivo è indicato come una delle peggiori psicotrappole del “pensare”.

Pensando positivo infatti, si finisce per illudersi e la seguente delusione può portare addirittura a forme depressive; inoltre più l’aspettativa è elevata più devastante è l’effetto della delusione.

Tenuto conto che il meccanismo della profezia che si auto-avvera funziona molto più in negativo che in positivo; quando volontariamente cerchiamo di pensare positivo si ottiene l’effetto paradossale: finisco per deprimermi di più, se ho paura e cerco di pensare ottimisticamente mi spavento ulteriormente.

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Quindi che fare?

La “psicosoluzione” offerta in questo testo, di cui consiglio vivamente la lettura è:

– Ricordare che il pensare positivo di fronte a paura, rabbia o dolore, esaspera tali sensazioni anziché ridurle.

– Il pensare positivo è utile solo quando si hanno già esiti di successo, per amplificare la fiducia nelle nostre risorse e capacità, già espresse nei fatti; questo significa incrementare gli sforzi sulla base di una efficacia comprovata, quindi l’opposto di una aspettativa illusoria, volontaria.

In conclusione quindi è fondamentale, tenere a bada la tendenza a creare illusioni volontarie, per non rendere: “bello il viaggio ma deludente l’arrivo”.

Bibliografia: “Psicotrappole” di Giorgio Nardone, ed. PONTE ALLE GRAZIE, 2013.   

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